CULTURA, DIVERSITÀ, PROGRESSO

“Non si abita un paese, si abita una lingua. Una patria è questo, e niente altro.” - E. Cioran -

Mentre pensavo a come mettere in piedi questo articolo, non ho potuto fare a meno di ripensare ad un aforisma del filosofo rumeno Emil Cioran, aforisma che più che mai riesce a riassumere in poche parole l’argomento che affronteremo in seguito.
Se ci fermiamo un momento a riflettere sul parlato odierno, sarà facile accorgersi di come molte parole di lingue straniere (inglese su tutti, naturalmente) siano ormai di uso comune nel nostro vocabolario.
Ovviamente alcune di queste parole sono in uso da moltissimo tempo, anche a causa della difficile traducibilità di questi termini, come ad esempio exit poll, email o welfare, mentre altre sono decisamente di più recente utilizzo.
Il fenomeno di questa “inglesizzazione” nel parlare comune non deve essere sottovalutato in quanto porta con sé certamente alcuni vantaggi, ma anche alcuni rischi importanti da prendere in esame. Se infatti da una parte, l’utilizzo di una lingua comune è utile per superare barriere, e dare vita quindi a scambi interculturali, è altrettanto vera però l’importanza di difendere questi confini proprio per mantenere la differenza tra culture e salvaguardarne usanze, costumi, ecc., a partire dalla preservazione del patrimonio linguistico di una data cultura (che comunque, trova proprio nella lingua, uno dei maggiori mezzi di veicolazione).
Attenzione però, quest’ultimo discorso non deve essere interpretato come una sorta di isolazionismo tra le vale culture (spero si sia compreso), poiché è proprio da questa preservazione che i vari popoli possono trarre maggiori vantaggi.
Per capire questo, può essere utile rifarsi a Levi-Strauss ed al suo saggio intitolato Razza e storia.

Il pensiero di questo secondo autore si può riassumere in modo piuttosto chiaro (pur rischiando di esemplificare un po’ troppo il contenuto dell’opera): il progresso culturale è “funzione di una coalizione di culture”, coalizione intesa, quindi, come il mettere insieme ciò che ogni cultura ha sviluppato di positivo nel corso della sua evoluzione storica.
Diversità, di conseguenza, un po’ come accade anche in ogni campo della vita umana (il confronto personale con chi ha un’idea diversa dalla nostra, due schieramenti politici contrapposti, e via dicendo), va di pari passo con progresso.

“[…] un processo che può essere riassunto nel modo seguente: per progredire, occorre che gli uomini collaborino; e, nel corso di tale collaborazione, essi vedono gradualmente l’identificarsi gli apporti di cui la diversità iniziale era per l’appunto quel che rendeva la loro collaborazione feconda e necessaria.”

Tra le parole di Cioran e quelle di Levi-Strauss, possiamo ora avviarci ad arrivare a conclusione di questo discorso.
Il preservare della lingua d’origine, e di conseguenza, della cultura di appartenenza è oggi più che mai essenziale, anche di fronte al fenomeno della globalizzazione che si fa sempre più incalzante; è necessario per far sì che ogni cultura esistente si preservi e venga tramandata, marcando appunto un confine con le altre, confine che si rivela ben più solido di nazioni e territori.
Questo non deve essere spunto per discorsi tendenti all’etnocentrismo e all’ultranazionalismo, ma è proprio grazie questo forte richiamo all’identità nazionale che si rivendica l’identità di una data cultura, identità necessaria per un confronto costruttivo con le altre, necessario al progresso dell’umanità.
È quindi necessario trovare un giusto equilibrio: il processo di unificazione che oggi è in atto, deve essere equilibrato da un processo di diversificazione e viceversa, trovando una sintesi in una sorta di ossimoro, in una unificazione attenta alla diversificazione.
Senza questa diversità, un confronto non è più possibile, e quindi non è più possibile un vero progresso 

Bibliografia

1 E. Cioran, Confessioni e anatemi, 1987.
2 C. Levi-Strauss, Razza e storia, 1952
3 C. Levi-Strauss, Razza e storia, in Razza e storia. Razza e cultura, Torino, Einaudi, 2002, p. 45.
4 Ibidem, p. 47.

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