COVID-19: CONVIVENZA FORZATA TRA VITTIME DI VIOLENZA E AGGRESSORI

Quando la casa non è un posto sicuro, in una situazione di emergenza come quella che il mondo si ritrova a vivere in questo periodo, la convivenza nasconde ancora di più grandi disagi e abusi ricorrenti ed esasperati, nella veemenza e nell’assiduità.

Il quadro terrificante che è andato a intensificarsi con l’obbligo di restare a casa delinea la situazione di donne costrette alla convivenza con uomini aggressivi, la cui rabbia è accesa dalla mancanza di sfoghi esterni e dallo stress della “reclusione”. 

La violenza più diffusa, al contrario di quanto si pensa, è proprio quella che avviene all’interno delle mura domestiche, e consiste in una serie continua di azioni diverse, ma caratterizzate da uno scopo comune: il dominio e controllo da parte di un partner sull’altro, attraverso violenze psicologiche, fisiche, economiche, sessuali. Il termine “violenza domestica” non è sufficiente a spiegare il fenomeno in tutta la sua complessità, poiché in questa definizione vengono incluse azioni lesive che comportano danni sia fisici che psicologici, senza dimenticare che può interessare entrambi i sessi ed entrambi gli orientamenti sessuali.

Il più delle volte sono situazioni che si ripetono secondo un disegno chiaramente riconoscibile, definito in gergo tecnico “ciclo della violenza” (L. Walker, 1976). Il ciclo della violenza segue una progressione ben precisa e si protrae finché il conflitto non si estingue, solitamente quando la vittima abbandona la relazione. Si tratta di un circolo vizioso in cui periodi caratterizzati da episodi violenti si alternano alla cosiddetta “luna di miele”, ossia un periodo apparentemente felice, che fa seguito a scuse e pentimento, in cui il rapporto sembra riprendere serenamente, come se niente fosse accaduto.  In questa fase, la vittima si trova spesso a sminuire i fatti e a giustificare l’aggressore, convincendosi che sia in atto un cambiamento profondo, mentre in realtà si tratta solo di un’illusione. Presto, infatti, per futili motivi, riprenderanno le tensioni, gli insulti e le botte, re-innescando la spirale della violenza. Per analizzare questo ciclo più nello specifico, possiamo dire che le fasi sono individuabili in tre macrocategorie:

  1. L’attivazione della tensione o fase di crescita della tensione (Tension Building);
  2. Il maltrattamento o abuso vero e proprio (Incident);
  3. La luna di miele o fase di calma (Reconcilation).

La prima fase è caratterizzata da un sovraccarico negativo della tensione nella coppia, dovuta a una cattiva o scarsa comunicazione tra le parti, il culmine delle aggressioni verbali (allo scopo di controllare la vittima) e la paura per un eventuale scoppio d’ira. L’aggressore si giustifica colpevolizzando la donna, dichiarando che è stata lei a provocarlo o affermando di aver perso il controllo di sé. La vittima stessa, in questa fase, minimizza e giustifica, declassificando a episodi sporadici e momentanei. La donna, quindi, rifiuta l’idea stessa di essere la vittima e non riconosce come aggressore il proprio compagno (c’è la volontà di cambiarlo e di salvaguardare il legame).

La seconda fase, dell’abuso vero e proprio, è quella in cui il dominio può essere fisico, psicologico, e può essere esercitato tramite mezzi di coercizione. È il momento in cui la donna corre i pericoli maggiori, incomincia a prendere consapevolezza del rapporto malsano, ma si sente “in gabbia”, senza via d’uscita. Questa è anche la fase in cui donne coraggiose incominciano a chiedere aiuto all’esterno, oppure scappano e/o iniziano a difendersi. Oppure, d’altra parte, potrebbero sentirsi costrette a rimanere e, quindi, a continuare la convivenza cercando di sopravvivere, e in caso di proteggere i figli (uno dei maggiori motivi per cui la donna sceglie di restare a casa con il proprio aggressore).

La terza fase della “luna di miele” è la fase latente di calma apparente e si divide grossomodo in due fasi: la fase delle scuse e delle attenzioni amorevoli, e lo scarico della responsabilità (spesso s’intersecano tra loro).

Se la vittima, a questo punto, non fa qualcosa per tirarsi fuori si ritrova a dover rivivere la spirale violenta già ormai iniziata. Gli intervalli, nel tempo, saranno sempre più stretti e non si percepirà più, all’interno di questo ciclo, la distanza temporale tra una fase e l’altra. Quello che fa durare il malsano rapporto a lungo, oltre la convinzione del bene degli eventuali figli, è la credenza della vittima di essere l’unica responsabile della situazione. Se uno dei motivi del non allontanamento sono i figli, è perché la vittima si vergogna di mostrarsi debole ai loro occhi, e pensa che con un allontanamento non riesca a provvedere né ai figli e né a se stessa.

Le ricerche dimostrano che nel susseguirsi e rinforzarsi di questi gironi infernali la donna sviluppa gravi disturbi depressivi e ansiosi e presenta un rischio molto alto di sviluppare un disturbo post-traumatico da stress (PTSD). La donna vittima di violenza vive in uno stato di perenne allarme, con una sensazione incalzante di pericolo, senza riuscire mai a “staccare la spina”. È una donna che vive costantemente nella paura e, soprattutto, è fortemente turbata da pensieri ed immagini intrusivi delle violenze subite, flashback, incubi notturni.

L’isolamento, la convivenza forzata e l’instabilità socioeconomica rappresentano il lato più oscuro in questo periodo di emergenza Coronavirus che può comportare per le donne e i loro figli il rischio di una maggior esposizione alla violenza domestica. Quindi, le condizioni di isolamento imposte attualmente aumentano le possibilità di controllo e di limitazione della libertà della donna esercitate dal maltrattante. L’isolamento è una delle forme principali attraverso cui si manifesta la violenza domestica e spesso, per le donne che la subiscono, l’unico momento disponibile per contattare i servizi a cui chiedere aiuto è quello in cui sono fuori casa (o è fuori casa il partner). La condizione di forte riduzione dei contatti esterni e la condivisione prolungata degli spazi abitativi con il partner violento, può, quindi, costituire un serio ostacolo all’emersione di situazioni di violenza domestica e assistita, un impedimento alla richiesta di aiuto dovuta alla difficoltà di contattare i servizi e un rallentamento generale dei percorsi di uscita dalla violenza

L’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS) ci ricorda, infatti, che la violenza contro le donne resta uno dei maggiori problemi di salute pubblica globale e tenderebbe ad aumentare durante ogni tipo di emergenza, inclusa l’epidemia del COVID-19. La prevalenza della violenza sulle donne è triplicata durante l’emergenza del COVID-19 rispetto all’anno scorso.

LA RETE ANTIVIOLENZA NON SI FERMA

È fondamentale rassicurare le donne del fatto che la rete antiviolenza è presente, attiva e in grado di supportarle, e che anche in questo periodo potranno continuare a ricevere consulenza, sostegno e protezione. I Centri Antiviolenza nazionali hanno preso immediate contromisure per continuare a garantire la prosecuzione dell’attività rimanendo disponibili h24 e 7 giorni su 7 per consulenze telefoniche e accoglienza di persone in situazioni di emergenza.

È importante anche ricordare che il numero antiviolenza e anti-stalking 1522 è sempre attivo ed è anche possibile scaricare la relativa app e chattare con le operatrici, nel caso sia impossibile telefonare.

Tuttavia, è fondamentale menzionare anche tutti gli uomini che si sentono in difficoltà nel gestire le proprie emozioni, convogliandole in aggressività (fisica o psicologica) nei confronti dei propri familiari, i quali possono chiamare per un supporto l’associazione In Prima Persona, Uomini contro la violenza sulle donne al numero 327 337 7060, dal lunedì al venerdì, dalle 18 alle 21.

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