Recensione di “La tirannia della valutazione” di Angelique Del Rey


Recensione di “La tirannia della valutazione” di Angelique Del Rey

Da almeno un paio di decenni, è innegabile che la valutazione abbia prepotentemente preso piede in ogni ambito della vita e nella stragrande maggioranza del nostro pianeta (effetti collaterali di vivere in un mondo globalizzato). Si tratta perlopiù di valutazioni quantitative, che avvengono cioè attraverso questionari e sondaggi, strumenti che sono considerati oggettivi.

 Ecco dunque che, sin dall’età prescolare, ogni essere umano viene inserito in una lunga catena di valutazione di competenze e conoscenze. L’affermarsi dell’idea del “longlife learning process”, poi, fa sì che ciascun individuo si ritrovi ingabbiato in questo dedalo valutativo per la maggior parte della sua esistenza, e che, se non si è valutabili, non si ha effettivamente un peso e un valore (da qui l’abbandono e la svalutazione degli over 65). Lavoratori, performance aziendali, hotel, ristoranti, sanità, organi statali: si tende a misurare quantitativamente e a classificare tutto, ad attribuire un punteggio ad ogni servizio e ad ogni prestazione. È un bene, affermeranno molti. Nella visione comune, in effetti, alla valutazione corrisponde l’oggettività, il merito, il monitoraggio e dunque il miglioramento personale, professionale, di beni e di servizi.

Quest’affermazione potrebbe essere parzialmente vera, ma: esiste davvero un’oggettività valutativa? Quali sono i parametri attraverso i quali è possibile valutare con oggettività e giustizia ogni cosa appartenente al genere umano? Il fine ultimo della valutazione è davvero quello della crescita personale, del controllo qualità, del miglioramento della società in nome del “nobile principio” della meritocrazia?

Chiunque si sia posto almeno una di queste domande deve assolutamente leggere “La tirannia della valutazione” di Angelique Del Rey. Non ci si aspetti un romanzo o una lettura poco impegnativa. In circa duecento pagine, infatti, questo saggio dà voce ad una delle più efferate e puntuali critiche dell’invischiante sistema valutativo che domina la realtà odierna. La sua critica è diretta in particolare al sistema di valutazione vigente negli organi statali francesi, ma può essere a buon diritto estesa universalmente a tutti i paesi occidentali e sulla via dell’occidentalizzazione.

La parola “valutazione”, fa notare la Del Rey, condivide la radice etimologica con il termine “valore”: in effetti, valutare è un processo che spinge spesso oltre la misurazione delle competenze o della qualità, attribuendo pesi, valori, identità.

Ma, afferma l’autrice, questo non è sempre accaduto. In molte società “precapitaliste” la valutazione era ad esempio ristretta a specifici organi politici o ambiti della vita, mentre il valore individuale dipendeva dai natali e dalla classe sociale di appartenenza di ciascun individuo. Criteri, anch’essi, molto discutibili ma che fanno crollare il mito dell’universalità della valutazione in cui spesso si tende a credere.

La valutazione, così come intesa oggi, nasce dall’avvento e dall’applicazione dell’ideologia meritocratica, spiega Angelique Del Rey. Tuttavia, l’ideale meritocratico è, per lei, è la più ingiusta delle ingiustizie: tenere conto del risultato di una performance o di un percorso, non considerando affatto le diversità individuali di aspirazioni, talenti e storie personali non ha nulla di giusto, ma è un processo standardizzante. Qui crolla il criterio dell’“oggettività della valutazione”. Benché la tirannia valutativa si avvalga della statistica quale strumento matematico di assoluta e indiscutibile oggettività, in realtà ciascun criterio valutativo oggi utilizzato risponde, secondo l’autrice, a uno sguardo assolutamente di parte. Questo punto di vista parziale è ovviamente cambiato nel corso del tempo. Oggi domina senza dubbio l’ottica economico/tecnica, basata su efficacia, efficienza, adattabilità, flessibilità e visibilità. Così si è ottimi ricercatori se si pubblicano molti lavori, non importa di che calibro. Si è inseribili nel mercato del lavoro se ci si adatta alle sue logiche, se ci si sottopone ad una cascata continuata di feedback e si è disposti alla costante mobilità da un mestiere a un altro “perché fa esperienza”. Si è bravi studenti se le valutazioni in pagella sono alte, se si aderisce al nozionismo e si ha la fortuna di nascere “neurotipi”. Un’università infine è prestigiosa se molti vi si laureano col massimo dei voti. Insomma, ogni performance viene valutata in termini di praticità, adattabilità al mercato del lavoro e guadagno economico. Tutto ciò, insiste la Del Rey,  mira palesemente a una standardizzazione di persone e sistemi per una società più produttiva e funzionale.

 In queste pagine viene demolito anche l’“era meglio prima”, generalizzazione tanto cara a chi si schiera contro la valutazione. Nessun criterio standardizzante di valutazione precedente l’ottica tecnico-economica era un buon sistema. Un giusto sistema valutativo non è mai esistito, è ancora tutto da costruire. L’autrice lascia il lettore senza risposta a questo interrogativo.

Una cosa però, la suggerisce: per rendere la valutazione un vero strumento per migliorare la società bisognerebbe innanzitutto attuare un’operazione di “riterritorializzazione” della stessa, rimettendo a contatto tale processo con persone ed enti in carne ed ossa, ricche di contraddizioni, peculiarità e molteplici punti di vista. 

Servendosi di uno stile espressivo asciutto e tagliente, Angelique Del Rey   smaschera con consapevole e lucido sguardo un sistema sociale all’apparenza giusto ma in realtà straripante di ingiustizia, coinvolgendo pienamente il lettore in questo processo demistificante. Un libro che sollecita il lettore ad  una forte consapevolezza, ad uno sguardo critico sulla realtà, ad una profonda analisi e messa in discussione di sistemi e modi di fare considerati razionali e imparziali, in realtà subdoli e manipolatori. Da provare!

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