Il Nostro Manifesto

Riprendiamoci L'Innovazione

L'importanza del Valore della Mente

Sicuramente più di 20 anni sono passati da quando l’Italia ha iniziato a perdere
qualcosa che ha un valore inestimabile e da quel momento ha iniziato a perdere anche valore
economico e se possiamo dirlo anche la propria dignità. L’argomento che vogliamo affrontare
in questo manifesto è un tema che abbiamo potuto apprezzare in diverse occasioni, dai
quotidiani, dagli spazi di condivisione, dai media, è stato trattato un pò da tutti i canali di
condivisione di massa ma anche semplicemente parlando con il vicino di casa. Possiamo
trovare molti dati online, nelle riviste di categoria e facendo un pò di ricerche. Noi abbiamo
raccolto tutti questi dati per poter scrivere in maniera più chiara e diretta possibile questo
scritto, sperando fortemente di riuscire ad avvicinare i lettori di questo manifesto ad unirsi alla
nostra causa, supportare il nostro intento, cercando di capire quanta importanza ha
realmente questo tema. La prima informazione che ci risuona più frequentemente nella testa
fin da ancora prima dalle prime ricerche che abbiamo effettuato è che le menti più brillanti
risultano essere quelle del nostro paese, infatti i nostri ricercatori sono i più “smart” in ambito
di ricerca e sono molto ambiti dai centri di ricerca internazionali di tutto il mondo. Risulta
infatti che 50 dei nostri migliori “cervelli” hanno depositato ben 243 brevetti, però lo hanno
fatto all’estero. Questo fenomeno costa caro in termini economici al nostro paese, ma costa
caro anche in termini di innovazione e sviluppo. Noi crediamo che il fulcro di un paese, di
una nazione non sia la politica, infatti essa è solo un meccanismo di distribuzione di beni al
popolo e un “organo” che serve a regolare e controllare l’andamento del paese. Dovremmo
iniziare a considerare invece la scienza, la ricerca, l’innovazione come il fulcro di un paese.
Paragonando il tutto al corpo di un essere umano, in modo molto semplificativo e metaforico,
potremmo dire che la politica è l’insieme degli organi del corpo come il fegato, i reni, che
servono per bilanciare e far funzionare l’insieme, mentre la scienza, l’innovazione, la ricerca
sono il cervello, possiamo dire che grazie ad esso il corpo può funzionare e può esistere, però attenzione,
perché il cervello può essere condizionato dal malfunzionamento degli organi e
finire per non funzionare più correttamente e pian piano avvicinarsi ad una morte cerebrale.
Infatti è la scoperta che favorisce nuovi strumenti, nuovi metodi ad un paese per potersi
sviluppare, per facilitare determinate situazioni e per risolvere problematiche che affliggono il
benessere della popolazione, ma d’altro canto se il sistema politico della nazione non favorisce
la ricerca non vi è alcun modo di poter apportare innovazione e sviluppo e il processo
rallenta.
Proseguendo nella nostra analisi possiamo arrivare facilmente a parlare di una scarsa
efficienza dei nostri centri di ricerca perché appunto essi non attraggono affatto i ricercatori
ma hanno un effetto contrario. Dal 2010 al 2020 il nostro paese, l’Italia, ha visto andare via
circa 30’000 dottori di ricerca ad una velocità di circa 3’000 ricercatori l’anno. L’Italia è uno
dei paesi con una percentuale negativa nel rapporto tra “Brain drain” ovvero “fuga di
cervelli” e “Brain gain” che significa “afflusso di cervelli”, che ammonta a – 13.2%,
conquistando così il 32° posto su 36° nell’attività dei talenti nella classifica dell’ Ocse
(Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico). Per fare alcuni confronti
possiamo vedere come le percentuali di differenza tra “Brain drain” e “Brain gain” degli altri
paesi ci sovrastano completamente: Regno Unito +7.8%; Francia +4.1%; Svizzera +20%;
Spagna +1%.
A questo punto possiamo iniziare a trattare alcune riflessioni in merito a questo
squilibrio e cercare di attribuirgli alcune definizioni. La prima domanda che ci sorge
spontanea è: perché i ricercatori non fanno la loro attività in Italia? La risposta è di facile
intuizione ma non è l’unica. In primo luogo sono le condizioni economiche a incitare i nostri
“cervelli” ad espatriare per lavorare all’estero, un sondaggio fatto nel 2014 diede come
risultato che tra i 3’385 ricercatori italiani 641 con h-index superiore a 30 ovvero ad alto
rendimento scientifico, lavorano tra Stati Uniti d’America, Europa, Giappone, Sud Africa,
Cina e Singapore e evince che la media di uno stipendio da ricercatore all’estero è di 1’568 €
al mese mentre in Italia, la media è di 1’054 € al mese, nonostante gli sgravi della legge
238/2010 di cui infatti pochissimi ne usufruiscono. Ma oltre alla motivazione prettamente
economica possiamo trovare la condizione di lavoro e le pochissime possibilità di carriera,
infatti sembrerebbe proprio che sempre da un sondaggio effettuato da Carolina Brandi,
ricercatrice del Irpps-Cnr nel 2010 su 2 mila ricercatori, fa emergere che all’estero i nostri
dottori di ricerca hanno posizioni come ricercatori senior, direttori di ricerca al contrario
dell’Italia, dove le loro possibilità di carriera sono ridotte veramente al minimo facendo sentire
i nostri brillanti “cervelli” non riconosciuti e poco apprezzati dalla propria patria e
questo spinge i ricercatori a entrare nella comune mentalità che vede il nostro paese come un
“avido” e irriconoscente datore di lavoro, che non apprezza il sacrificio che ogni singolo
studente riversa nel proprio percorso di studi. Invece come ultima variabile che determina
l’espatrio delle menti italiane c’è semplicemente una normale e sana mobilità del ricercatore
che spinto da motivazione prettamente proprie e personali tende a spostarsi per condurre
ricerche e scoprire diversi metodi di indagine, ciò sarebbe sano se ci fosse un flusso tra uscite
ed entrate equilibrato, ma purtroppo per noi non è così e assistiamo ad un “Brain drain”
constante senza ritorno in patria. Nel 2001 il governo di Silvio Berlusconi ha provato una
manovra per incitare i ricercatori a tornare in Italia, purtroppo senza grandi risultati infatti
solamente 488 ricercatori hanno fatto rientro di cui solo 1/4 quindi 110 hanno rinnovato la
loro permanenza in Italia nei successivi 4 anni.
Raccogliendo dati economici, siamo rimasti sbalorditi da quanto valore economico
abbia la ricerca e la scoperta e per darvi un primo numero riprendiamo i brevetti depositati
all’estero dagli italiani che ammonta a 243 che in una prospettiva di circa 20 anni avrebbe
prodotto all’Italia circa 3’000’000’000 miliardi. Questo però non è accaduto perché i nostri
ricercatori hanno giustamente depositato i brevetti negli stati dove hanno trovato le condizioni
di lavoro più appaganti ed idonee e non sono in Italia. L’italia, o meglio gli italiani, hanno
però avuto delle spese per formare ogni singolo studente sino al dottorato di ricerca, infatti
ogni studente costa ogni anno circa 9’238 $ che moltiplicato per 23 anni di studi diventano
212’520 $ moltiplicato ancora per i 3’000 “cervelli in fuga” ogni anno, da come risultato
637’560’000 $, aggiungendo poi eventuale specializzazione di ulteriore tre anni, in totale
trasformato in euro ci troviamo davanti la cifra di: 918’808’800’000 €, quindi spendiamo
circa 1 miliardo per formare i nostri brillanti ricercatori che poi per colpa di un sistema non
funzionante, si trasferiscono a lavorare all’estero, portando così le loro formidabili doti via con
loro, partecipando di conseguenza allo sviluppo scientifico ed economico di un altro paese che
non è l’Italia.
Negli anni 2000 solamente l’1.1% del PIL veniva investito nella ricerca che poi
successivamente nel 2011 oscillava sempre tra l’1.1% e l’1.3% di cui lo 0.6% da fondi
pubblici e lo 0.5% da privati. Dalle statistiche, nell’ultimo dato disponibile risalente al 2013,
riportano che l’Italia si trova sotto la media dei paesi Ocse, ovvero siamo uno degli stati che
investe meno nella ricerca e nello sviluppo.
Quanto detto fino a questo momento, ci dovrebbe aver già attivato una profonda
riflessione. Noi crediamo fortemente che questa situazione potrebbe iniziare a cambiare
strada e non proseguire verso un declino sociale. Abbiamo infatti intenzione di iniziare a
lavorare sul problema, ma abbiamo bisogno delle persone, abbiamo bisogno della loro
credibilità. Vogliamo dimostrare quanto la questione ci stia veramente allarmando perché
ogni giorno vediamo sfumare le possibilità di un paese, che produce giovani e brillanti menti
della scienza. L’intenzione, che in questo momento storico è puramente una teoria, un piano
per futuro, un nostro desiderio è quello di creare uno spazio, una community che possa nel
tempo riuscire ad espandersi grazie all’adesione dei ricercatori, degli scienziati, degli studenti
e delle persone e rendersi indipendente grazie alle donazioni, alle sovvenzioni dagli
investimenti di chi come noi crede che possiamo “riprenderci l’innovazione” e riuscire
nuovamente a “raggiungere cose sconosciute” e farlo nel nostro paese. Perchè i fondi che
raccoglieremo, la vita della nostra community che si occuperà di divulgazione scientifica e di
ricerca, inizierà la creazione di alcuni fondi che destineremo a gruppi di ricerca e per la
creazione di “condizioni” dove i nostri giovani ricercatori potranno trovare terreno fertile per
improntare le proprie ricerche. Lo sappiamo che la nostra aspettativa risulta alquanto
ambiziosa e al limite della realtà, perché siamo una piccola associazione con fondi limitati, ma
noi ci crediamo e crediamo che se ci impegneremo costantemente, potremmo in futuro
riuscire a creare tutto questo. Perché abbiamo voglia di contribuire al futuro, abbiamo voglia
di lasciare un segno indelebile nella storia e abbiamo voglia di ridare spazio a qualcosa, come
dicevamo in apertura di questo manifesto, a qualcosa di un valore inestimabile.
Come definito anche da Carolina Brandi il fenomeno della “fuga dei cervelli” c’è ed è
causato da un “over education”, ovvero produciamo più dottori di quelli che il nostro sistema
necessità e la differenza cerca le occasioni all’estero per evitare di essere un “genio”
disoccupato. Quindi abbiamo due soluzioni al momento o riduciamo i numeri e quindi
condanniamo l’Italia al declino economico e sociale oppure cerchiamo di orientare
nuovamente il mercato del lavoro verso l’innovazione così da poter assorbire i dottori di
ricerca e permettergli di contribuire alla crescita della nostra nazione e non di altri paesi
esteri.
Con questo vogliamo concludere questo nostro primo manifesto, diciamo primo perché
abbiamo intenzione di aggiornarlo nel tempo, così da poter descrivere tutto il nostro percorso
nella creazione di quell’innovazione necessaria nel mercato del lavoro. Noi “raggiungiamo
cose sconosciute”.